Uno dei contributi più rilevanti della pedagogia teatrale all’insegnamento linguistico consiste nel riconoscimento della centralità del corpo nei processi di apprendimento. Le pratiche didattiche tradizionali si fondano ancora, in larga misura, su un’impostazione di matrice cartesiana, secondo cui mente e corpo costituiscono entità separate: il cervello è considerato la sede privilegiata dell’apprendimento, mentre il corpo è spesso percepito come un elemento di disturbo, in quanto incline al movimento, alla distrazione e alla fatica ((J. Winston, Second Language Learning through Drama, 2012, p.5). In contrasto con tale paradigma, il teatro si propone di valorizzare e canalizzare le energie corporee attraverso attività di natura ludica e fisica. Particolarmente significativo, nel contesto dell’apprendimento di lingue seconde e aggiuntive, è il rilievo attribuito alla dimensione comunicativa del corpo, che si manifesta attraverso segni non verbali o paralinguistici. Gesti, espressioni facciali e posture corporee — quali, ad esempio, la posizione nello spazio, l’orientamento del corpo o il grado di apertura e sicurezza manifestato — contribuiscono in modo determinante alla costruzione del significato. Tali risorse permettono agli studenti di conferire una dimensione più autenticamente umana agli atti comunicativi, fungendo da supporto efficace all’espressione verbale. Molti di questi segnali risultano interculturali e facilmente riconoscibili; tuttavia, quelli maggiormente specifici sul piano culturale possono essere oggetto di apprendimento e sperimentazione consapevole. In questo senso, la didattica performativa non solo favorisce un rapporto più incarnato con la lingua target, ma contribuisce anche allo sviluppo di una competenza relazionale più profonda nei confronti dei parlanti che la utilizzano.